Diario di una rompiballe senza arte nè parte: una valvola di sfogo contro il logorio della vita moderna per me che non bevo il Cynar


martedì 29 dicembre 2009

Attacchi di panico

Mi sveglio una mattina, e ho paura ad uscir di casa. Non so che mi succede, ho paura, tanta paura e stare in casa mi sembra l’unica cosa che mi faccia stare tranquilla. I miei genitori non capiscono cos’ho, ma venendo da un periodo di tonsilliti continue, immaginano che mi senta ancora stanca e decidono che ok, devo riposare ancora qualche giorno. Ma la situazione non cambia, e siccome nemmeno io capisco che mi succede, con uno sforzo enorme, prendo ed esco di casa per andare a scuola. Tutto ok fino all’autobus, poi scendo e ogni passo diventa una tortura, non ce la faccio, non ce la faccio, io torno indietro, ma anche tornare indietro è dura. Arrivo a scuola, non seguo la lezione, vado in bagno ad ogni cambio ora, mi controllo il viso se per caso si vede che sto male, se mi si è gonfiata la lingua, e mille altre stupidaggini del genere, non dico niente a nessuno. Poi, dopo quella terribile giornata, non sono più ritornata a scuola, mai più.
Questo è il mio primo attacco di panico, e molti altri ne sono venuti dopo. Era il 1995, era febbraio, credo, facevo la quarta superiore, Internet non era alla portata di tutti come ora, i cellulari erano uno status symbol per pochi, e di attacchi di panico non si parlava. Quindi non è stato semplice capire che cosa mi fosse successo, credevo di essere diventata matta, e questa consapevolezza mi faceva stare ancora più male. Ho dimenticato parte dei mesi successivi, li ho rimossi, ancora oggi mia madre mi chiede se mi ricordo quello che facevo, ma no, non me lo ricordo affatto, ricordo solo la mia camera e che stavo ore a piangere. Ho passato un periodo di depressione, perchè non capivo, ma soprattutto non riuscivo a stare bene, avevo paura di uscire, di stare negli spazi affollati, avevo paura di avere paura. Il terrore che qualcuno potesse vedermi stare male, magari svenire in mezzo alla gente, faceva sì che io evitassi ogni posto in cui non mi era facile ritornare subito a casa. Ero un misto di paura, autocommiserazione e rabbia e allo stesso tempo vedevo il mondo intorno a me continuare a vivere, lo vedevo come se lo guardassi dal di fuori, come se non ci stessi dentro anche io, solo molto tempo dopo ho capito che questa cosa aveva un nome: disturbo da attacco di panico e derealizzazione.
Col passare del tempo e le cure giuste ho cominciato a stare meglio, pur evitando i luoghi e le situazioni che mi creavano ansia, passavo dei periodi buoni e dei periodi meno buoni, con delle ricadute che però non sono mai state come la prima volta, anche se spesso l’ansia mi fregava cambiando forma, passavo dai sudori freddi ai formicolii in tutto il corpo, era difficile capire se stavo male per una forma d’ansia o per altro. Quando però familiarizzi coi sintomi e impari a capire che di panico non si muore, quando riesci addirittura a sorridere e a prenderti in giro per le tue stupide paure allora inizi a stare meglio, inizi a guarire.
E’ la paura di essere giudicati dagli altri a fregarti, la paura di stare male di nuovo, magari in pubblico, che nessuno ti aiuti, o addirittura non volere che nessuno ti aiuti per l’imbarazzo di stare male. E se non riesci a superare uno scoglio allora il mondo ti crolla addosso e ti senti in colpa, ti senti debole perchè non vedi via d’uscita. Alle volte le tue paure si riversano sugli altri, sulle decisioni degli altri, che sono costretti a rinunciare a qualcosa per te, per starti accanto, e tu sei in conflitto, in colpa, perchè vorresti farcela da sola ma non ce la fai. E’ un cane che si morde la coda, ci vuole pazienza, e sapersi guardare bene dentro, conoscersi, sapersi ascoltare, poi tutto passa.

Questa è la mia esperienza con gli attacchi di panico, ne avrei molte di occasioni da raccontare, gli attacchi vengono così come se ne vanno, ma le sensazioni che provi dopo restano con te e sono quelle le più dure da combattere.

Fortunatamente oggi esiste Internet, che ha sì i suoi lati negativi, ma la conoscenza e la possibilità di confrontarsi con altri che come noi sono stati male è decisamente un fattore positivo; grazie anche alle innumerevoli associazioni che ti offrono conforto e aiuto (prima tra tutte la Lidap Onlus che mi è stata di grande sostegno).

CHE COS’E’ IL DISTURBO DA ATTACCO DI PANICO
Secondo l’American Psychiatric Association il Dap è una vera e propria malattia, che colpisce il 2/3% della popolazione, prevalentemente nelle donne dai 25 ai 30 anni.
L’attacco di panico colpisce in maniera improvvisa, apparentemente per nessun motivo in particolare e spesso viene scatenato da una malattia fisica, uno stress severo o alcuni farmaci. Alcuni meccanismi del disturbo fanno pensare ad un’origine biologica e di fattore genetico, ma è escluso che sia trasmissibile da genitore in figlio, è più che altro una predisposizione della persona a sviluppare tale disturbo. Alle volte può essere che il genitore soffra di attacchi di panico e successivamente anche il figlio, ma è più probabile che sia per lo stesso modo di affrontare i problemi e il contesto di vita in cui è cresciuto.
Di solito è un circolo vizioso per cui la paura accresce i sintomi fisici e viceversa, basta una sola crisi per innescare il timore che possa ripetersi, il più delle volte riferito allo stesso posto o nella stessa situazione in cui ci si trovava. La frequenza e la gravità degli attacchi di panico varia da individuo ad individuo ed in base a come si cerca di affrontarla:alcune persone hanno attacchi frequenti, altri diversamente possono non averne per mesi o anni. Spesso chi ne soffre tende a pensare che ci sia di qualcosa di più grave non diagnosticato correttamente, mentre invece è quasi sempre solo panico.
La sintomatologia tipica del panico è molto simile all’iperventilazione:capogiro, formicolio alle mani detto anche parestesie, vertigine e paura, respirazione superficiale, tremori, sudore, nausea, tachicardia ecc…
Si perde il controllo di emozioni e del comportamento: l’attacco di panico normalmente dura dai 2 agli 8 minuti, fino ad un massimo di mezz’ora. La paura porta l’organismo al rilascio di adrenalina e che si manifesta con tachicardia, iperventilazione e sudorazione. L’iperventilazione porta ad un abbassamento dei livelli di anidride carbonica nei polmoni e nel sangue: questo porta ad un cambiamento del ph del sangue, detta alcalosi metabolica.
Nella sindrome ansiosa il tipo di respirazione porta ad atti respiratori frequenti, profondi e gementi o ad un respiro prolungato, evidentemente accelerato e profondo. Si prova spesso uno stato di ansia e un senso di costrizione o dolore toracico e si è spesso inconsapevoli del tipo di respirazione che si sta facendo. Il sintomo principale è l’incapacità a trattenere il respiro o a introdurre aria a sufficienza. Possono aversi tetania, parestesie periorali, acroparestesie, vertigini o senso di testa vuota e sincope.
E’ risultato molto efficacie la respirazione attraverso un sacchetto di carta.
Per una terapia più mirata è consigliabile seguire un corso di psicoterapia cognitiva e cognitivo-comportamentale, la quale insegerà a ridurre l’ansia e a prevenire gli attacchi fin dalle prime settimane.
I farmaci vengono utilizzati solamente per interrompre la connessione psicologica tra una fobia e gli attacchi di panico, in quanto è frequente l’instaurarsi di agorafobia (paura degli spazi aperti) o claustrofobia (paura degli spazi chiusi) o la fobia sociale (paura di esporsi in pubblico) . Vengono utilizzati antidepressivi o ansiolitici (benzodiazepine) sia durante, che dopo l’attacco di panico a scopo preventivo. Al disturbo da panico si associa spesso un quadro clinico di depressione;
Fondamentale però sarà sempre il supporto psicologico della famiglia per una più rapida guarigione. Altre forme di aiuto rimangono comunque consigliate e comprendono i gruppi di supporto, l’esercizio fisico (che aiuta ad avere un buon controllo del corpo e a scaricare la tensione nervosa accumulata) e le attività anti-stress (yoga, tai-chi, esercizi di respirazione).

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